Dipende da quante volte rimando la sveglia

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La prima a riprendere posto nel mondo è la rabbia. Prima ancora della luce del sole che attraversa le persiane, quando il sole si leva, insieme a me, alle 6? Alle 7 forse, dipende da quante volte rimando la sveglia sul telefono. Sempre se c’è, il sole. Anche se c’è il sole non cambia molto, perché tanto neanche oggi me lo godo. O se decido di godermelo, qualcuno mi dirà che sto sbagliando. Forse ci sarà addirittura qualcun altro a dirmi che invece in fondo faccio bene a godermi il sole, gli amici, la spensieratezza, almeno per una volta, che la vita non è fatta solo di doveri e compiti. Comunque quel che è certo è che qualcuno dirà qualcosa. C’è sempre qualcuno che dice qualcosa. La detesto questa sveglia, mi perfora il cervello, devo ricordarmi di cambiare suoneria, di questa ormai non ne posso più. Ogni volta che la sento ricomincio a pensare alle ramanzine, sempre le stesse, le so a memoria, alcune volte anticipo a mente le parole che mi stanno per dire.

Le insufficienze, quante sono? 5? 6? 7? ok altri 5 minuti e poi mi alzo, adesso non ce la faccio ancora…quel paio di volte in cui mi hanno umiliato davanti a tutti perché avevo sbagliato a dire o a fare non mi ricordo più nemmeno che cosa. Ci sono altre foche che fanno i palleggi meglio di me, ma in cambio ricevono le stesse cose: valutazioni verdi, valutazioni rosse, elogi, rimproveri, premi, punizioni, la posta in gioco della guerra a seconda del suo esito, se la vinci o se la perdi.

Che pantaloni mi metto? No questi meglio di no, l’altro giorno mi hanno fatto storie. Funziono o non funziono? Mi danno degli obiettivi e mi addestrano. Mi dicono cosa devo fare, tutto il giorno e tutti i giorni. Persino i tutorial su Tiktok sono liste di imperativi. Ok, devo sbrigarmi o perderò l’autobus, mi sembra una guerra anche questa. Se ho imparato qualcosa dall’addestramento è che non devo cedere alla rabbia, se non voglio perdere la guerra.

Ma inizio a capirlo il mio compagno di banco che fa scena muta e consegna i compiti in bianco, sono tutti preoccupati per lui, sembra a tutti che stia male, io credo che dopo quasi un anno sia solo così provato che si sta rifiutando di combattere. Vogliamo entrambi la stessa cosa: uno spazio sicuro, dove siamo i protagonisti, con una storia da raccontare a chi vuole ascoltarla, rileggerla con noi e raccontarla da capo, insieme. Senza classifica finale.

Un ragazzo del Base Camp di Roma

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